Eterobiografie di un cirfolle (2)

 

Detroit, 6 Settembre 2008

Intervista condotta da Umberto Silimberti Galostri

  

Umberto Silimberti Galostri: – Riprendiamo dunque la nostra chiacchierata sul Suo spazio di «depensamento». Un aspetto particolarmente spinoso: il Suo rapporto con il lettore. Non trova che il blog sia un poco romito?

Signor Mondo: – Una specificazione preliminare suona opportuna. Lei ha detto bene: spazio, e non: luogo. Il termine «luogo» è elettivo del pensare. Non vi è pensare al di fuori del luogo. Lo spazio qui indicato, invece, è un’area che non raggiunge una coesione sufficiente per far scorrere i legami semantici interni via via creati: ogni pronunciamento è balbuziente, ogni attesa sintattica prima o poi viene decapitata.

Detto questo, è vero anche che ogni gravame dialogico è al limite della impronunciabilità. Quandoché qualcheduno troverà l’armamentario opportuno per incrinare qualche lemma, qualche idioletto, verrà pubblicato. Caso esemplare il mio caro amico Claudiux, la cui scrittura suona opportuna; il suo registro è codice d’accesso.

Vede, gli articoli pubblicati sul mio blog trasudano del concetto di cirfollia. Mi spiegherò dunque immantinente su questo punto. Cirfollia sta tra archifollia e follia: è un derivato dell’ueber. Ogni pratica pensante torna su se stessa dando il La a degli atti concepitivi che talvolta assumono la forma di vere e proprie concezioni. Chiamiamolo «lancio di dadi» o in altro modo, tutto ciò è cosa notoria. Ignoto è invece il fatto che degradando la pratica dai suoi margini contestuali si possa ottenere una qualche forma di concezione. La mia esperienza con questo tipo di scrittura – una scrittura divoratrice, peraltro antropofaga, e a tal punto sfilacciata – non si è sottratta a tale destino. Da una pratica depensante, insomma, possiamo ottenere un concetto-limbo che rappresenta il canto del cigno della Concettità: pur apparendo talvolta come rappresentazione di se stesso sotto forma di lessema.

U. S. G.: – Vorrei riprendere ora alcuni punti per me oscuri della scorsa volta in cui ci siamo veduti. Nella scorsa intervista collocava il lascito di Lacan nello junghismo, anzi precisamente lo definì: «una forma di junghismo talmente espanso da scoppiare e rivelarsi l’opposto di se stesso» . Ma che nesso dunque con il ritorno a Freud professato da Lacan? Non dovrebbe essere definito piuttosto un «freudismo espanso» ? 

S. M.: – Il «lascito» di Lacan o ai lacaniani?

U. S. G.: – Ironie a parte, caso Verdiglione a parte – e i suoi tempi che furono pure -, non trova un azzardo una tale semplificazione?

S. M.: – No. Per niente. Secondo la mia immutata convinzione non c’è qui niente da smentire, niente da ammantare. A ben guardare è molto semplice: Freud ci ha mostrato che il linguaggio ha un suo sottosuolo e che il transfert è la soglia del discorso analitico. Il lacanesimo è fuori da tutto ciò: è pre-soglia. Ma non per questo è da considararsi pre-analitico.

Attenzione: ribaltare Freud è da veri de-menti, in tal modo non si farebbe altro che tornare a prima di ciò che ha capovolto egli stesso. Semmai in determinate circostanze e con procedure si può intravolgerlo qua e là.

È bene accennare a questo punto alla tetralogia freudiana – con l’accortezza di non tarpare il significato strategico di questa congettura -: la dialogica Servo (Ich)/ Padroni (Es, Über-Ich, Aussenwelt).

Orbene, gli americani, in seguito, si sono buttati a capofitto sull’Io e sulle sue funzioni, riducendo la psicoanalisi ad analisi; i francesi, d’altro canto, l’hanno perduto volgendosi ad un Fuori troppo ingordo, non ottenendo in questo modo né l’analisi, né – men che meno – la psicoanalisi. Detto questo, tuttavia, bisogna ammettere che esiste un’incolmabile discontinuità tra Jung e Lacan.

Ma tutto ciò è fuori dalle nostre possibilità dialogiche in questa sede. Lo ribadisco. Ho fatto un calcolo approssimativo: per arrivare a questo guadagno intellettuale e rispondere alle domande che mi sono state fatte, devo aver scritto qualcosa come mille pagine tra libri e articoli. Le assicuro che questo punto non può che esorbitare anche questa intervista.

U. S. G.: – Nella scorsa intervista parlava anche, sebbene solo per preterizione, del Suo rapporto con la linguistica: è ancora persuaso dello stesso convincimento? Le faccio un esempio su tutti: crede che le parole alter-native della Irigaray siano di buon auspicio? In una pubblicazione tradotta quest’anno in Italia ella scrive: «L’altro non può essere già detto dal dire, né rappresentare il tutto del dire. Salvo il suo – mai assoluto né definitivo. Se è pensato come equivalente al logos, il nome di Dio designa anche qui quello di un soggetto capace di produrre e padroneggiare il verbo. Ma o tollera altri Dei, padroni di altri verbi, strutturati differentemente o esprimenti una realtà diversa, o diventa il luogo dell’abolizione dell’alterità reale. Luogo di proiezione di un desiderio del/per l’altro che lì si sospende per non effettuarsi»*. È solo moda?

S. M.: – La moda è una tangente di una tangente: ricorre se stessa, senza sapere dove andare: l’ultima moda che è sempre già-passata. Nel caso specifico è già-passata da un pezzo. Peraltro mi è capitato tra le mani il testo che Lei cita; tuttavia se Lei è d’accordo vorrei cogliere l’occasione per entrare in un altro ordine di considerazioni.

U. S. G.: – Sì, certo.

S. M.: – Credo che quando sono passato dall’uso della matita-su-libro all’uso assiduo di internet qualcosa sia cambiato nelle mie rappresentazioni di cosa. Solo pochi anni fa usavo dire I libri non si sottolineano, si dipingono! Ora: che dire? Tutto cambia.

Sull’orlo dei quarant’anni lessi Le Cosmocomiche di Calvino e crebbe a dismisura la volontà dei raccontini da me prodotti e non solo. La scrittura, come l’acqua, presenta una certa durezza, e del resto questa proprietà si presta ad esser analizzata mediante medesima unità di misura, il grado francese! È sempre bello scherzare su Barthes, grande scrutatore dei segni certo, però mi permetta di dire che i suoi scritti si lasciano sfottere come pochi altri. Ma anche questa volta non Le ho risposto.

 
* L. Irigaray, La via dell’amore (2002), trad. it. di R. Salvadori, Bollati Boringhieri, Torino 2008, p. 108.

Una Risposta a “Eterobiografie di un cirfolle (2)”

  1. [...] palla: il grado zero del capello. (Filosoficamente) Senza né barba né baffi, malpaghi dell’insperato ribaltone dei [...]

Lascia un commento