[Mosche e licheni vagano con l'infermo prelato sul monte venusiano Citerona.]
Trovaron riparo nell’ampio raggio tracciato dal Sommo Theuth, resteranno sbriciolati. Accidia. Verruche e stracci. I prelati – quelli ancora entrotombi – schizzaron fuori dal tramezzo Eugioia! Eugioia! Demonìa! Invocaron l’Oracolo Accerberato per il lieto evento: trammazzato, là disopra: la sfinge e Laio, dunque: enigmi falla(I)ci.
Dall’ossario predato si popola l’accodato pianetino: embrionici vermi senza coda, pertanto nella Vegetalità – che, nient’affat(qui: un’unghia di incenso ben diffratto)to è un’Animalità incerta. È rizoma malfermo/infermo (anch’esso: come la partenogenesi che fu) nella sua tra-dizione sciagurata; ché difronte alla profezia di Tiresia. Diventa arguzia.
Esser gabbati, è il lazzo involontario del genio. Un’ingiunzione del reale nella sua nebbia. Ad esser sincretici non c’è intesa, solo treni in corsa: lame rotanti per ogni opposizione. Lacerano. Mentre la Quarta Impersona secerne la medesima verità candida e idiota.
Si può certo dire micragnosamente e – (Risperdal: suppergiù tre o quattro badilate) – stolidamente d’esser soavi.